12/12/2010

Il sogno infinito di John Lennon

Imagine. Storie da un sogno infinito

 

di David Nieri

 

ZONA 2010 - p. 130 - Euro 12,00 - ISBN 9788864381633

 

Collana “Le canzoni della nostra vita”

 

 

 

A Tittenhurst Park, Inghilterra, l’estate del 1971 bussa alla porta di John Lennon come un miracolo: entra di nascosto, si adagia sul tavolo di cucina, poi cerca una melodia sui tasti del pianoforte. È una canzone. Parla di cieli incontaminati, amore e pace tra i popoli, di sognatori che sperano di condividere il loro sogno. All’apparenza, niente di trascendentale, solo una manciata di immagini semplici, intessute in un ordito di accordi che non ha nulla di sperimentale. Nella sostanza, un miracolo che non ha precedenti, né avrà mai un seguito nell’arco dei quarant’anni che ci separano da quel capolavoro assoluto che è Imagine: un punto fermo nella storia della musica, o forse addirittura dell’uomo.

 

I Beatles si erano sciolti. John aveva tagliato i capelli e la barba. Ma non aveva smesso di sognare. Quali traiettorie imprevedibili hanno permesso al suo sogno, un sogno semplice, di oltrepassare le barriere di una pericolosa banalità per iniziare a correre intimamente dentro le coscienze di ognuno di noi con la forza della musica e di un messaggio universale?

 

 

David Nieri, nato nel 1970, vive e lavora a Viareggio, dove gestisce uno studio di servizi editoriali. Da sempre appassionato di musica, ha collaborato per anni con la rivista “Buscadero” e con il sito Rootshighway. È autore della prima biografia italiana dedicata al cantautore Cat Stevens e direttore della collana musicale Fanclub (Pacini Editore).

28/03/2010

Echi pop, sapori country: Head Above Water di Brandon Rhyder

Se il buon gusto musicale trovasse casa tra le pareti domestiche delle stazioni radio, di certo un artista come Brandon Rhyder potrebbe avere vita facile – o meglio, meno difficile – anziché restare appeso a un’improbabile promozione originata da uno spot, magari un serial tv che decide di prendere in prestito una sua canzone. Perché questo bravissimo country rocker texano avrebbe tutte le carte in regola per far breccia nelle playlist di qualsiasi iPod sparpagliato sul pianeta, relegando in secondo piano – l’ultimo significherebbe chiedere troppo – la sporcizia che gira intorno, quella che magari si appiccica addosso l’etichetta di popular music senza neanche sapere di che cosa si tratta. Giunto al sesto disco, Rhyder decide di affidarsi alle mani esperte dell’amico Walt Wilkins, una nostra vecchia conoscenza che già aveva prodotto l’ottimo Conviction di quasi un lustro fa, relegando le speranze agli strumenti di una band ormai rodata, quella che lo accompagna sulla strada e tra la gente. Se l’ultimo Every Night, che contava sul supporto di un certo Radney Foster, aveva dispiegato le vele verso un sound praticamente già maturo, Head Above Water compie quel passo che ormai pareva alle soglie, lo stesso che manca alle eterne promesse. Lungi dal considerare un capolavoro un ottimo disco, devo ammettere che l’armonia che si respira durante le dodici tracce che compongono la scaletta (più una curiosa hidden song) rilassa i muscoli del cuore, sempre in spasmodica attesa di buone proposte che si fanno sempre più rare, soprattutto se si considera il genere in questione. Brandon Rhyder deve molto alla sua terra, il country è direttamente proporzionale alla voglia di fare musica, ma la sua proposta vira decisamente in direzione pop, quel collante che spesso manca per salire il gradino di un consenso più ampio, che quando non fa storcere il naso è manna dal cielo, come nel caso in questione. In effetti le similitudini sono molte – e non solo perché i due in passato hanno collaborato – con Wade Bowen, altra promessa del Lone Star State dotato di tutti i numeri per scalzare qualche nashvilliano di troppo dai piani alti delle charts: la voce di Rhyder è potente e genuina, così come le sue canzoni, che appoggiano vibrazioni elettriche su una sezione ritmica solida e rodata, pochi fronzoli e tanta sostanza. Brandon ha un acuto senso della melodia, come dimostra il trittico iniziale inaugurato dalla vibrante Rock Angel, che sembra avere un appeal radiofonico notevole, anche se limitato ai confini del Texas o poco più, seguita da You Can Count On Me e You Burn Me, quest’ultima un concentrato di energia che si pone come manifesto dell’intero disco, un crescendo in stile pop rock perfettamente costruito, linea melodica azzeccata e ricezione immediata. Like It Was The Last Time è una country ballad tradizionale ma non sdolcinata, così come Last Swan Song, bella steel e doppia voce (Jamie Wilson), mentre It’s The Country That Saves Me è uno strepitoso omaggio alla sua matrice di ispirazione, una vibrazione roots che fa muovere anche i sassi, robusta e solare, con un gioco di tastiere (altro punto a favore dell’intero disco) che riempie sensi e sensazioni. La title track parte lenta e acustica, sciogliendosi in una ballata che mette in risalto una voce notevole, Ultimate Deceiver sciorina suggestioni soul, I’ll Take You è un altro pop rock di origine protetta, You Like Me Again una dolcissima slow song dedicata alla moglie. Chiudono la classica Battery e due sperimentazioni in divenire, Breathe e una hidden track che richiama Beatles e modernità. In allegato un DVD in cui si assiste alla lavorazione del disco, un prodotto finito magari da ascoltare in macchina durante queste prime giornate semiprimaverili, quando il tiepido sole inizia a riscaldare le anime in movimento.

(David Nieri, Buscadero, marzo 2010)

 

Brandon Rhyder

Head Above Water

Reserve Records CD/DVD

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Tracklist

1. Rock Angel

2. You Can Count On Me

3. You Burn Me

4. Like It Was The Last Time

5. Last Swan Song

6. It’s The Country That Saves Me

7. Head Above Water

8. Ultimate Deceiver

9. I’ll Take You

10. You Like Me Again

11. Battery

12. Breathe

13. Behind The Scenes

13/03/2010

Eden, il paradiso perduto di Craig Bancoff

Un paradiso, forse perduto, quello che il giovane cantautore Craig Bancoff sta cercando, con la nostalgia che scaturisce direttamente dalla fine (definitiva?) di un sogno, le cui diramazioni invitano a cercare altrove, magari nelle periferie di un miracolo che ha scagliato l’ultima freccia – andata a vuoto, a quanto pare – ormai in tempi poco sospetti rispetto a una modernità in fase di smantellamento.

Dalla Pennsylvania, dalle sue miniere di carbone, Bancoff estrae nostalgia e profumi, con l’occhio rivolto alla quotidianità della gente comune, tra realtà e speranza, rese incondizionate e dura lotta per la vita, soprattutto da parte di chi ci crede ancora. Eden è un esordio con i controfiocchi, dotato di un suono maturo e una manciata di grandi canzoni inquadrate nella prospettiva di chi ha già battuto il sentiero lasciando memorie ed eredità da catturare. Così, se la strumentazione è ricca e ben dosata, imperniata principalmente su un ordito roots contaminato da chitarra acustica, mandolino e banjo, le ricamature di organo, pianoforte e archi scandiscono i rintocchi di un orizzonte alternative apparentemente anacronistico, anche se tremendamente attuale, viste le pulsazioni del suono che gira intorno, soprattutto in chiave Americana.

Introspezione, riflessione, cieli tersi invernali e qualche scossa elettrica in chiave poetica: questi gli ingredienti di una nuova promessa che bussa alla porta del giro che conta, in attesa di essere ascoltata. L’iniziale Crutch è una dichiarazione d’intenti, una ballata roots con il Tom Petty di Wildflowers e il Ryan Adams meno easy nelle vene, entrata acustica e un organo a sciogliere i ghiacci di curiosità e scetticismo. Beautiful Lies è un grande brano intorpidito dalla steel, un omaggio sentito ai Jayhawks, così come Somebody’s End, un fraseggio tra country e radici nella migliore tradizione di Olson e Louris, I Will Love You una gradevolissima ballata che richiama una recente conoscenza, Israel Nash Gripka, nella voce e nello stile, mentre Waiting chiude le tende all’orizzonte dipingendo le pareti domestiche del cuore, con rimandi al Jeff Black confessionale di B-Sides. Tra soffici arrangiamenti di archi prende forma St. Anthony, una delle migliori ballate del lotto, con intuizioni liriche di prim’ordine che lasciano tracce permanenti (“Heaven is a ghost town in the sky”) soprattutto in chi non ha intenzione di calare l’ancora della sua ricerca, ma all’appello rispondono anche The Highway e Sleep Sick, toni rarefatti, piano e pedal steel in lontananza a regalare una promessa country a chi la mantiene. Se Be Your Ghost e la title track contribuiscono a spalmare sui solchi un sottile strato pop che non guasta, Ferris Wheel e la conclusiva Orchard Road tornano nei meandri introspettivi dell’ispirazione di Bancoff, un autore di talento che potrebbe regalarci qualche sorpresa inaspettata. I numeri ci sono, le canzoni pure.

(David Nieri)

 

Craig Bancoff

Eden

Sweetie Records 2010

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Tracklist

1. Crutch

2. Beautiful Lies

3. Somebody’s End

4. I Will Love You

5. Waiting

6. St. Anthony

7. Highway

8. Sleep Sick

9. Everything Left

10. Be Your Ghost

11. Eden

12. Ferris Wheel

13. Orchard Road