09/02/2010
Quando tutto cambia: il modern folk di Ellis Paul
Ellis Paul è forse uno dei rappresentanti più significativi del modern folk, il genere che viaggia con un occhio attento alla prospettiva sociale di là dal finestrino, quello che attualizza la lezione dei maestri, quando la musica era musica e i suoi interpreti la portavano in classifica, senza pantomime mediatiche, senza manomissioni. La sua è ormai una “carriera” importante, diciotto anni sulla scena non sono pochi, tanti ne sono trascorsi da quando la frizzante scena di Boston iniziò a sprigionare nuovi odori e fragori impregnati di accordi e poesia. Di acqua ne è passata, di belle canzoni pure, tanto da scomodare la figlia del folksinger per eccellenza, Nora Guthrie, che ha regalato parole di encomio a questo musicista dotato di grande senso della melodia, con il valore aggiunto di una voce capace di aperture notevoli.
Un esordio fulminante, l’autoprodotto Say Something datato 2003, un seguito ancora migliore, Stories dell’anno dopo, che gli apre le porte della Rounder, poi la svolta pop del 1998, con il comunque molto riuscito Translucent Soul. Quello che segue è un po’ la storia di chi ha già dato il meglio, qualche buon disco (tra tutti The Speed Of Trees del 2002) e molto mestiere, il tratto distintivo che non basta più ad assicurargli il gusto tranquillo (e la conseguente gestione) della sua ispirazione. Così, giusto per non perdere quell’onestà artistica e intellettuale che gli appartiene, decide di creare una propria etichetta, la Black Wolf, che gli consenta di esprimere ciò che vuole esprimere, un folk pop condito di leggerezza d’impianto e profondità lirica che difficilmente troverebbe spazio tra le scelte “illuminate” di major e zone discografiche limitrofe.
The Day After Everything Changed (gran bel titolo), che giunge a distanza di circa cinque anni dall’ultima fatica in studio, nel complesso è un disco godibile dall’inizio alla fine, con qualche lampo di classe e alcune zone di attesa. Registrate a Nashville sotto l’egida di Thad Beaty e Jason Collum, le quindici tracce propongono il classico folk variopinto di pop che mette in risalto le sue doti di storyteller poetico e letterario, capace di imprimere un passo distinto a racconti di ordinaria quotidianità. Se c’è qualche difettuccio, questo è dovuto essenzialmente alla marcata leggerezza di alcuni brani, specie i cinque scritti insieme a Kristian Bush, metà del duo Sugarland, una macchina tritasuccessi di stanza a Nashville nel country hotel dei sogni di cartapesta. Infatti, se River Road è un pop rock solare e convincente, lo stesso non può dirsi per la title track (e questo è un peccato, perché le liriche sono decisamente notevoli), Once Upon A Summertime, The Lights Of Vegas e Paper Dolls, che risentono di arrangiamenti sdolcinati e linee melodiche un po’ troppo tendenti all’orecchio facile. Decisamente belle l’iniziale Annalee, un folk brioso che parte con il banjo e poi si elettrifica nel riconoscibile stile Paul, e, soprattutto, Hurricane Angel, splendida ballata pianistica dedicata alle vittime di Katrina, cantata con il cuore in mano e una voce che si esprime in tutta la sua intensità. Degne di nota Dragonfly, un classic folk scritto a quattro mani con Sam Baker, e la conclusiva Nothing Left To Take, solo chitarra e voce, come ai vecchi tempi. Il resto è nella norma, una media comunque di qualità.
(David Nieri)
Ellis Paul
The Day After Everything Changed
Black Wolf Records 2010
●●●◐○
Tracklist
1. Annalee
2. Rose Tattoo
3. River Road
4. The Day After Everything Changed
5. The Lights of Vegas
6. Hurricane Angel
7. Heaven’s Wherever You Are
8. Dragonfly
9. Sometime, Someplace
10. Once Upon A Summertime
11. Waking Up To Me
12. Walking After Midnight/Change
13. The Cotton’s Burning
14. Paper Dolls
15. Nothing Left To Take
08:47
Scritto da : monad
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23/01/2010
La lunga vigilia di Barry McGuire
Estate 1965. C’è smarrimento nell’aria, l’America sta palesemente viaggiando su binari sbagliati e la musica citofona al mittente il malcontento di un’opinione pubblica che inizia a dubitare, a farsi scettica di fronte a scelte discutibili, Vietnam in testa, ma non solo. Quando esce, il singolo Eve Of Destruction ha l’effetto deflagrante di una bomba, ma non di quelle al napalm che stanno martoriando vietcong e civili, tutt’altro. La canzone rimbomba le coscienze di mezzo mondo, annichilisce, scardina le (poche) certezze consolidate a fatica, ferisce, disorienta. Una lucida analisi dello stato dell’unione, della situazione politica, civile, umana dell’intero pianeta, senza esclusione di colpi. Un simbolo, una pietra miliare della storia della musica, la perfetta cristallizzazione di un preciso momento storico, la consacrazione a mito di Barry McGuire, un folksinger che diventerà l’emblema della canzone di protesta, legando per sempre il suo nome a un brano universale, semplice nella struttura e magico nella crenatura di un miracolo. L’autore, P.F. Sloan, è il tessitore occulto di un gioiello che vanterà numerosissimi tentativi d’imitazione, nessuno dei quali equiparabile alla versione di Barry, grazie a quella voce che lo fa assomigliare “a un animale (in gabbia) che lotta per la libertà”. Ebbene sì, McGuire guida il gruppo di un certo folk arrabbiato ammantato di rock, che grazie alle sue rasoiate sociali sembra arginare la British Invasion, relegandola a una dimensione di semplice intrattenimento. E P.F. Sloan è lo specchio disincantato di una società che riflette nella sua penna inacidita di inchiostro ribelle, un connubio che proseguirà con ottimi risultati negli anni immediatamente a seguire, anche se il nome dei due artisti resta e resterà sempre legato alla vigilia della distruzione. Dopo l’album di esordio, che porta (necessariamente) lo stesso titolo del singolo, la carriera di Barry prosegue a ritmi serrati, quelli che forse, insieme a motivazioni più strettamente personali, lo allontaneranno di lì a poco dai palchi e dalla fama. Con l’etichetta Dunhill di Lou Adler Barry incide altri due 33 giri, This Precious Time (che esce alla fine dello stesso anno) e The World’s Last Private Citizen, datato 1968, ultimo capitolo di un veloce tragitto sulla corsia di sorpasso. Le due fatiche sono raccolte (e per la prima volta pubblicate) su un unico CD, grazie al quale possiamo renderci conto, anche a quarant’anni di distanza, dello spessore incommensurabile di un capomastro della canzone, almeno di un certo genere.
This Precious Time viene assemblato in fretta e furia nel dicembre 1965 sulla scia di un successo planetario, tanto per battere il ferro finché è caldo. Molte cover, l’importante collaborazione con The Mamas & The Papas in divenire, una California Dreamin’ qui catturata nella sua prima versione, quella che spianerà al gruppo le porte della notorietà grazie all’interesse dello stesso Adler. Per chi non lo sapesse, la hit realizzata in seguito utilizzerà lo stesso master “ripulito” dalla voce di Barry, con la parte corale intatta e l’assolo di flauto che sostituisce l’armonica a metà canzone. Con un po’ di attenzione, echi lontani della voce di Barry sono tuttora percepibili sul canale sinistro di ogni versione stereo del brano. Il sodalizio con John Phillips e soci contribuisce inoltre a irrobustire la title track, un invito a cogliere l’attimo seguendo un anelito di libertà nel senso gaberiano di partecipazione, Let Me Be (entrambe di Sloan), Do You Believe In Magic (Lovin’ Spoonful), Yesterday e Hide Your Love Away (Beatles), fino alla splendida Hang On Sloopy, un classico dei classici composto e portato al successo nello stesso anno dai McCoys. Sloan è sempre presente nei brani originali, a partire dalla straordinaria Upon A Painted Ocean, senza dimenticare Child Of Our Times e il takin’ folk da antologia che chiude il disco, Don’t You Wonder Where It’s At. Non può mancare Dylan, qui presente con la rivisitazione di Just Like Tom Thumb’s Blues.
Passano quasi tre anni, e nell’aprile del 1968 esce il terzo album, The World’s Last Private Citizen, una raccolta di canzoni registrate in modo casuale durante un periodo abbastanza lungo, senza un vero filo conduttore. Ma il prodotto finale parla la lingua degli angeli, nonostante la pubblicazione si disinteressi del consenso dell’artista, che sebbene per contratto debba ancora un album alla Dunhill pensa bene di non farsi più trovare, rifugiandosi in una comune nel New Mexico. Affascinante, senza dubbio, lo spirito libero con il quale McGuire si prende gioco dello show business, una scelta che rivela l’album in questione come il canto del cigno di una leggenda circoscritta tra gli stretti confini di un triennio. La sua carriera proseguirà senza sussulti con vari album di ispirazione religiosa registrati dopo la conversione alla fede cristiana, una sorta di addio alle armi che lascia spazio principalmente alla nostalgia. Tra i vari brani spicca Masters Of War, ennesimo tributo a Dylan e grandiosa interpretazione, senza dimenticare la fantastica Cloudy Summer Afternoon, una pop song d’altri tempi che fa impallidire solo pensando a ciò che passa oggi il convento, ultima apparizione nelle charts prima della fuga. Da ricordare l’iniziale Top O’ The Hill e la collaborazione con il vecchio “collega” Paul Potash –con lui condivise gli inizi della carriera nei New Christy Minstrels –, che genera le ottime Secret Saucer Man e Inner Manipulations. Bello il folk blues di Walkin’ My Cat Named Dog, deliziose The Grasshopper Song e There’s Nothin’ Else On My Mind, per chiudere con l’ovvia Eve Of Destruction, tanto per ricordare da dove siamo partiti.
In questi giorni McGuire ha eseguito una nuova versione del suo grande classico con un testo attualizzato in cui la constatazione di trovarci ancora alla vigilia del disastro contribuisce a farci capire che degli innumerevoli errori non abbiamo fatto tesoro. Il grande valore di questo doppio album consiste nel raccogliere un’intera epoca e tramandarla ai posteri, quello che la musica, oggi, non sa più fare.
(David Nieri, Buscadero, gennaio 2010)
Barry McGuire
This Precious Time / The World’s Last Private Citizen
Collectors’ Choice Music 2009
●●●●○
09:41
Scritto da : monad
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15/01/2010
Di santa ragione, i cinquant’anni di carriera di Ricky Gianco
Ci sono artisti difficili da definire, da etichettare, personaggi che provengono da un paese straniero – se si chiamano Riccardo Sanna poco importa –, quelli che hanno visto nascere e poi crescere la primavera della musica, la stessa che dai confini degli States rovistava tra i sogni di molti giovani venuti al mondo con il brusio delle bombe nelle orecchie. Ricky Gianco fa parte di un’epoca, di un mondo a parte che poco ha da spartire con le effervescenze di uno show business che plasma pillole di divo preconfezionate, quelle che si sciolgono nel giro di un’ora o due senza lasciare traccia. La sua storia è, in un certo senso, la storia della musica italiana degli ultimi cinquant’anni, e dei suoi umori porta la coerenza, l’energia e lo spirito che da qualche tempo a questa parte sembrano svaniti come gli effetti della pillola di cui sopra. Cinquant’anni di carriera disegnano una vita, una passione e un entusiasmo che in pochi possono permettersi di condividere: mezzo secolo è infatti trascorso da quel lontano 1959, quando Ricky Sanna incise il suo primo 45 giri che aprì le porte di un sogno, un sogno che si avverava. Influenzato dai ritmi innovativi provenienti da oltreoceano, nel 1961 fondò il Clan insieme a Celentano, un progetto della cui importanza spesso ci dimentichiamo, un esperimento spartiacque che contribuì, molto più di altri artisti spesso estremamente sopravvalutati, a svecchiare la canzone italiana arrugginita su melodie tradizionali e ormai anacronistiche. Un fiume in piena, per anni Gianco traduce, scrive e canta con la vivacità che sempre lo contraddistingue, assimilando, specchiando e riflettendo esperienze condivise, in primis la scuola genovese, con la quale entra in contatto all’inizio della sua carriera.
Di santa ragione giunge dopo otto anni di silenzio discografico e ci regala una manciata di belle canzoni tra cover, rivisitazioni e brani originali nuovi di zecca. La prima impressione che si riceve è quella di una freschezza, di un’ironia, di una vitalità ancora integre e intatte, il tutto condito da una voce assolutamente lucida ed espressiva e da un manipolo di grandi musicisti che danno man forte (Patrizio Fariselli al pianoforte, Paolino Dalla Porta al contrabbasso, Maurizio Camardi ai fiati, Fausto Beccalossi alla fisarmonica, Bebo Ferra alla chitarra e Federico Sanesi alle percussioni). Il suono è magistrale, (con)diviso tra rock, folk e cantautorato classico, con declinazioni jazz e un uso marcato del contrabbasso che riporta il battere e levare alle sue pulsazioni primordiali. Le canzoni sono ben strutturate e rendono principalmente omaggio ai cantautori che con lui hanno condiviso i primi passi: Via Broletto 34 (Sergio Endrigo, qui resa ottimamente con contrabbasso e voce), Io e te, Maria (Piero Ciampi, il compianto chansonnier livornese), Quando (poesia in musica di Luigi Tenco, con fisarmonica in evidenza), Geordie (gioiellino folk di matrice anglosassone del grande De André, nell’occasione rapito dagli archi) per chiudere con Sassi di Gino Paoli, chitarra acustica e fisarmonica per attualizzare una magia che fu. In mezzo una corrente di semplicità e melodia, un mix perfetto per riassaporare antiche suggestioni: se la nuova veste di classici come Pugni chiusi, Il vento dell’Est e Nel ristorante di Alice non fa che rinverdire vecchi successi ormai consolidati, discorso a parte meritano le già note Un cucchiaino di zucchero nel tè (già interpretata da Mina, un fraseggio country di grande impatto melodico) e Antipatico (un uptempo folk con un testo riadattato), ma soprattutto gli inediti assoluti. L’iniziale Né sconti né saldi, composta insieme allo scrittore Massimo Carlotto, è un folk tune lambito da armonica e violino, Povero Willy (che si avvale del contributo dell’amico e collaboratore di sempre, il cantautore Gianfranco Manfredi) un’invettiva ecologica che denuncia la scomparsa della città, in cui ogni lembo è intriso di cemento, tanto che anche un cane trova difficoltà a espletare le sue funzioni, mentre Co.Co.Pro è una fantastica cavalcata in chiave sociale sul tema mancanza di lavoro, quindi di dignità, quindi di speranza dei giovani (ma non solo) di oggi. In conclusione, Di santa ragione è l’ennesimo bel disco da parte di un tesoro della musica italiana, un artista che ha plasmato i venti (soprattutto dell’Ovest) adagiandoli nel respiro della nostra tradizione.
(David Nieri)
Ricky Gianco
Di santa ragione
Acca/Edel 2009
●●●◐○
Tracklist
1. Né sconti né saldi
2. Un cucchiaino di zucchero nel tè
3. Via Broletto 34
4. Co.Co.Pro.
5. Io e te, Maria
6. Pugni chiusi
7. Povero Willy
8. Antipatico
9. Quando
10. Geordie
11. Nel ristorante di Alice
12. Sassi
13. Il vento dell’Est
14. Il vento dell’Est (versione cibernetica)
09:11
Scritto da : monad
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