02/08/2009
Songlines, notizie dal mondo indie #2
Un tempo gli EP (Extended Play) erano dischi in vinile composti da quattro tracce che correvano a 45 giri. Spesso si trattava di singoli di successo accompagnati da brani che non avevano trovato spazio sul 33, quindi outtakes o tracce dal vivo inedite. Oggi tale denominazione non avrebbe più ragione di esistere, forse mini album sarebbe più appropriato, considerando anche il fatto che la durata di un moderno supporto discografico permette di riempire tutti gli spazi di tempo a disposizione, talvolta con esiti negativi dovuti a un’eccessiva lunghezza (a quantità di tempo spesso non corrisponde altrettanta qualità artistica). Ma tant’è, i miti di un tempo resistono alle rivoluzioni, così la denominazione EP è ancora utilizzata per classificare un album con un numero inferiore di canzoni rispetto a un normale CD.
Nel secondo viaggio nell’universo indipendente ci occupiamo di cantautori nell’accezione classica del termine, tra le divagazioni country e West Coast di Tavis Bohlinger e Mark Lennon, echi old time di James Sasser e roots music che fa la spola tra Inghilterra e States (Greg Holden e Jamie Knight).
Tavis Bohlinger
Tavis Bohlinger
Tavis Bohlinger 2009
****
Joe Purdy, Elliot Smith, Ray LaMontagne sono solo alcuni nomi ai quali l’acoustic folk di Tavis Bohlinger è stato associato. Ma a tratti i suddetti paragoni possono risultare fuorvianti, considerato che il giovane artista di Los Angeles possiede uno stile abbastanza personale, soprattutto per quanto riguarda le liriche, profonde, introspettive, spirituali, con quell’anelito alla vita che scandaglia le difficoltà del quotidiano per risalire la corrente della speranza. Una chitarra, una bella voce, un ottimo fingerpicking e il gioco è fatto, per chi crede ancora che una buona melodia riesca a colpire nel segno anche se ridotta a uno scheletro sonoro. In effetti Bohlinger ci sa fare, i suoi acquerelli colorano le pareti del cuore e si appoggiano a una struttura ispirativa che fa risaltare qualità innate. Ci troviamo di fronte a una materia prima di origine controllata, un po’ di fortuna e una produzione professionale gioverebbero certamente a molti appassionati in cerca di proposte serie e interessanti, indubbiamente “alternative”. Le sette canzoni di questo EP di esordio possiedono la grazia che scandisce i pensieri, The Tempest e Sunsets su tutte, delicati ricami acustici che tolgono la maschera a un talento che probabilmente non ascolterà mai la sua voce sulle onde radio. Splendida anche All Your Life, mentre in God Is Enough si affaccia il docile frastuono di un’armonica a condensare sul pentagramma una sorta di preghiera. La conclusiva Like The Seasons è l’emblema di quello che la musica dovrebbe essere, un delicato tessuto poetico che rapisce i pensieri, trascinandoli in un’altra dimensione. Consigliato.
Mark Lennon
Down The Mountain
Vagabonds Tune Records 2009
***
Il cognome è di quelli importanti, soprattutto quando si decide di fare musica. In compenso, Mark Lennon ha ben poco da condividere con il mito, considerato che la sua proposta è un concentrato di Americana che occhieggia verso la West Coast declinata secondo i canoni di Gene Clark e Gram Parsons, con qualche sconfinamento in territori pop, quello di Ryan Adams per intenderci, uno dei suoi migliori e più prolifici rappresentanti sulla scena attuale. Down The Mountain è una raccolta di sette canzoni che giunge dopo i già buoni Back To The Roots e Broken, portandone a compimento i perimetri di un suono equilibrato e maturo. La nativa North Carolina rivive nel sole di Los Angeles, ormai città adottiva di Lennon, ma lascia nei meandri del cuore i suoi ricordi che si sciolgono in frammenti di vita vissuta, amori perduti, desideri irrealizzati, corridoi senza luce: la vita quotidiana, mettiamola così, trasfigurata in musica e amplificata nel significato, condita di suggestioni country-pop in salsa cantautorale. L’iniziale title track non nasconde le intenzioni, spruzzando di organo un ritmo travolgente che sa di California Dreamin’ senza riserve, My Hometown si espande su aperture notevoli al gioco di un piano, un sound sempre più raro da recuperare nelle nebbie dei giorni nostri, mentre Wildside è un ottimo duetto con Simone Stevens. Dopo un buon inizio il disco riprende quota con le conclusive Tennessee, una ballata in chiave country-folk con tanto di violino, e Broken, ripresa dal precedente EP, un pop-rock solare con un bel ricamo di tastiere, molto anni settanta.
James Sasser
Dip Your Beak
James Sasser 2009
***1/2
Da Portland, Oregon, James Sasser ha un curriculum di tutto rispetto grazie soprattutto a un passato tra le fila dei Runaway Trains, band di supporto al rocker Joshua James, da non confondere con il folksinger che porta lo stesso nome. Con due album da solista alle spalle, The Melcliff e Southside Of Sorrow, questo interessante cantautore propone una miscela di roots-country-pop decisamente gradevole e ben costruita, totalmente al di fuori di qualsiasi logica commerciale. Ci sono farciture brit, un suono che si affaccia fuori dal tempo, incentrandosi su un connubio ormai desueto, il trittico chitarra, basso e batteria che qualche decade fa tracimava sublimazioni rock e sensazioni affini. Sette canzoni, echi neanche molto lontani dei fab four, soprattutto se si ascolta la conclusiva Taking My Time, con tanto di slide harrisoniana quale variazione sul tema, quello perfetto della più grande band di ogni tempo, a giudizio del sottoscritto. L’iniziale Lonesome Eyes è un piacevolissimo old time country-rock, con qualche allusione southern e una linea melodica trascinante, In Deep sterza in territorio Tom Petty in abito estivo, Beautiful rasenta suggestioni psichedeliche in chiave Byrds, con accelerazioni elettriche degne di cotanto paragone. Da menzionare Don’t Tie Me Down, una ballatona classica che ondeggia tra Dwight Yoakam e Chris Isaak, a dimostrare che Sasser se la cava egregiamente maneggiando con cura i diversi stili, quasi ad adombrare gradevoli sorprese per il prossimo futuro.
Greg Holden
A Word In Edgeways
Falling Art Recordings 2009
***1/2
Giovane cantautore, Greg Holden fa spola tra la natia Inghilterra e New York, principale fonte di ispirazione per condire di tradizione Greenwich un pop-folk che richiama a tratti Damien Rice, Conor Oberst e Ray LaMontagne. Il suo EP di esordio, Run, Don’t Walk, gli ha aperto le porte di alcune collaborazioni di spessore e un discreto seguito, assolutamente meritato considerando le nove canzoni di questo minialbum, che denotano l’ottima padronanza di un mezzo espressivo filtrato dalla produzione matura di Nunzio Signore. Bel suono, strumenti classici e qualche spizzicata di violoncello che non guasta, anzi: questa la semplice formula per sciorinare una mezz’oretta di musica senza pretese di novità, ma assolutamente piacevole. La leggerezza che ammanta brani dall’ottimo retrogusto quali l’iniziale The Chase, The Art Of Falling oppure My Way Of Thinking non sfigurerebbe sulle onde radio purtroppo sempre più statiche, senza un mainstream che possa considerarsi tale, tanta è la confusione che regna sovrana in questi giorni di globalizzazione del gusto. Days è un perfetto ponte tra il pop e il folk sul quale si muovono gli altri brani, una canzone costruita a meraviglia, cantata con grazia e maestria, bella melodia e passo convincente. I Ask You This, Alright Sir, Choking On The Concrete, Strings e la conclusiva e bellissima Both appartengono infatti alla tradizione acustica, quella che con le sole corde di una chitarra ha rivoluzionato il mondo della musica in tempi non sospetti. Ma questa è un’altra storia, quella un’altra epoca.
Jamie Knight and The Acoustic Tree
Turn Off Silent
Jamie Knight 2009
***
Quando la roots music si ricorda delle pareti di casa, così potremmo definire le sei canzoni che disegnano un progetto interessante, un terzetto acustico capitanato da Jamie Knight, inglese di nascita ma americano di adozione (in senso musicale, s’intende). Registrato a Tewkesbury, Glouchestershire, durante una fredda giornata del gennaio scorso, Turn Off Silent è un concentrato di poesia e riflessione, cuori infranti e luci di speranza che si accendono a intermittenza. Dal vivo in studio, giusto per non compromettere un equilibrio sonoro che merita attenzione, soprattutto grazie ai fraseggi chitarristici tra Jamie e Simon Othen, bravissimo a imprimere ritmo e solidità a un’impalcatura resa ancor più affascinante dal violoncello dell’ottima Catherine Oldham. La buona qualità si manifesta attraverso sei bozzetti di matrice roots folk che si reggono perfettamente in piedi grazie a una voce ben calibrata e canzoni strutturate, come l’iniziale All I’ve Ever Needed, una grande ballata che rende merito a un affiatamento che si scioglie con estrema naturalezza. Se Heal è oscura e malinconica, I Know si poggia su fondamentali folk per stemperarsi sotto un limpido sole melodico, mentre la conclusiva We’ll Move On sembra uscita dall’ultimo disco di Knopfler, con la condiscendenza di un folk cantautorale degno del maestro.
(David Nieri)
23:28
Scritto da: monad
in musica | Link permanente | Commenti (1)
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| Tag: tavis bohlinger, mark lennon, down the mountain, james sasser, dip your beak, greg holden, a word in edgeways, jamie knight and the acoustic tree, turn off silent, musica | OKNOtizie |
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Commenti
anche The Art Of Falling di Greg Holden nn è male. ottimo blog.
Scritto da: sound08 | 07/08/2009
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